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Stakeholder e Bilancio Sociale. Dalla rendicontazione formale alla lettura consapevole del valore generato

  • 32 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Nel dibattito contemporaneo sull’impresa sociale e sul terzo settore emerge sempre più chiaramente un nodo centrale: i bilanci sono una fonte preziosa di informazioni, ma non possono essere letti con le stesse lenti utilizzate per le imprese for profit. Lo stesso vale – e forse ancora di più – per il bilancio sociale che troppo spesso viene concepito solamente come un documento narrativo a latere del bilancio economico, un obbligo normativo o uno strumento di comunicazione reputazionale. Il bilancio sociale è sicuramente tutto questo, ma è anche qualcosa in più: il bilancio sociale, se costruito correttamente, è il luogo in cui un’organizzazione rende conto di come distribuisce valore tra i suoi stakeholder e di come le sue scelte economiche sono coerenti con la propria missione. La differenza tra un bilancio sociale formale e uno trasformativo sta esattamente qui: nella capacità di integrare prospettiva economica, orientamento all’impatto e stakeholder engagement.


1. Perché la prospettiva degli stakeholder è una dimensione strutturale e non un dato accessorio

Il terzo settore e l’impresa sociale non massimizzano l’utile, ma distribuiscono valore. Quindi i tradizionali indicatori di bilancio non sono sufficienti a descrivere l’organizzazione e l’utile non è il parametro per comprendere un’impresa sociale; ciò che conta è la strategia di produzione e distribuzione del valore aggiunto tra i diversi portatori di interesse.  Questo passaggio è decisivo: se il valore non è destinato agli azionisti, ma ai lavoratori (condizioni dignitose e partecipazione), agli utenti (qualità, efficacia, accessibilità dei servizi), alla comunità (impatto sociale) allora il bilancio sociale deve rendere visibile questa redistribuzione. E quindi la prospettiva degli stakeholder non è un capitolo del documento: è la chiave interpretativa dell’intero sistema di rendicontazione.

Un altro errore ricorrente è quello di collocare le “peculiarità sociali” esclusivamente nel bilancio sociale, mentre il bilancio economico continua ad essere letto con gli indicatori economici tradizionali. Ma i numeri non sono neutri, ci raccontano dei posizionamenti valoriali e sociali e delle scelte relative ad aspetti importanti della vita dell’organizzazione: la remunerazione del lavoro, la destinazione degli eventuali avanzi di gestione, l’utilizzo di risorse extra-mercato, l’equilibrio tra sostenibilità economica e accessibilità dei servizi. Si tratta anche in questo caso di tematiche  profondamente legate agli stakeholder.


2. Leggere il valore aggiunto in chiave relazionale

La produzione di valore aggiunto non è solo un dato contabile. È l’espressione concreta di come l’organizzazione combina le risorse (gli input interni ed esterni) per generare benefici e di come redistribuisce i risultati. In questa prospettiva valorizzare il contributo degli stakeholder significa esplicitare chi contribuisce alla generazione di tale valore (attraverso l’apporto di risorse economiche, di conoscenze, di tempo, relazionali,…) e mostrare come questo valore viene allocato. In questa prospettiva un’organizzazione matura non si limita a “coinvolgere” gli stakeholder, ma restituisce loro un ruolo ed una funzione ben specifici. Il bilancio sociale dovrebbe documentare feedback ricevuti dagli stakeholder (il che implica che l’ente si sia dotato prima di una strategia per coinvolgerli ed ascoltarli) ed evidenziare le modifiche strategiche conseguenti: quanto si è imparato dagli stakeholder e in che modo il loro punto di vista è stato realmente considerato ed ha modificato la vita, gli assetti, le scelte operative dell’organizzazione? Questo rafforza fiducia, legittimazione e capacità adattiva.


3. Il posizionamento: dalla compliance alla governance dell’impatto

La crescente complessità normativa e la diffusione degli obblighi di bilancio sociale rischiano di generare una standardizzazione: bilanci sociali formalmente corretti ma tutti troppo simili tra di loro e quindi incapaci di raccontare lo specifico di ciascuna organizzazione. Oggi il vero discrimine competitivo per un ente del Terzo Settore non è “avere” un bilancio sociale, ma è avere un bilancio sociale che integri la dimensione economica e sociale e renda leggibile la redistribuzione del valore tra stakeholder. Un documento che sia in grado di rendere conto:

-       come gli stakeholder partecipano ai processi decisionali,

-       come influenzano la strategia,

-       come contribuiscono alla costruzione del progetto di cambiamento a breve e lungo termine che l’organizzazione vuole realizzare.

 

Non si tratta di una formalità, ma di una scelta che incide sulla qualità dell’organizzazione.

 

Se pensi che questa prospettiva possa essere interessante per la tua organizzazione contattati e ne parleremo insieme.

 


 
 
 

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